Nella psicoanalisi freudiana il mito di Edipo è la metafora che spiega come durante l'infanzia il bambino vada incontro a un trauma di tipo sessuale. Secondo Freud, durante la fase fallica (3 anni), fino al periodo di latenza (6 anni), il bambino attraversa il cosiddetto “complesso di Edipo”, cioè desidera il genitore di sesso opposto, la madre, e odia quello del medesimo sesso, il padre. Nonostante questo trauma sessuale venga rimosso inconsciamente, da esso deriva la maggioranza delle problematiche che verranno affrontate durante la vita di ognuno.
Tutto il complesso si basa sulla polarità freudiana desiderio-mancanza: l'Io desidera, la madre è l'oggetto del desiderio, il padre è l'ostacolo, ma è anche il Super-io, ossia colui che impone la norma sociale al bambino. Dice Freud che tutto questo processo si presenta nella vita di ogni essere umano di sesso maschile - per le bambine il complesso analogo viene indicato, sempre con un riferimento mitologico, “complesso di Elettra” - e si svolge a livello inconscio.
Ma cosa significa a "livello inconscio"? Cos'è l'inconscio? È una parte della nostra mente, una parte segreta, una parte ricolma di ricordi rimossi, impulsi e desideri. Eppure secondo Freud l’inconscio viene circoscritto a essere un teatro che manda in scena l'Edipo all'infinito, una rappresentazione cioè di un complesso, e non più un luogo di creazione e di produzione di desiderio. Il desiderio stesso nella psicoanalisi, freudiana prima e lacaniana poi, non è altro che una mancanza: si desidera perché non si ha. Tutto questo limita l'intero sistema psicoanalitico.
Gilles Deleuze e Félix Guattari, nel 1972, con il loro libro rivoluzionario L'Anti-Edipo. Capitalismo e Schizofrenia, proposero una critica della psicoanalisi e dell'impostazione freudo-lacaniana di tale disciplina. In questo libro vengono attaccate la concezione del desiderio e dell'inconscio e in generale viene messo alla gogna il complesso di Edipo.
Ma cosa dicono Deleuze e Guattari? Per loro il desiderio non è mancanza, ma è produzione fine a se stessa. L'inconscio non produce cioè per colmare un vuoto, ma produce per produrre, non ha uno scopo, non ha un significato.
Il desidero dovrebbe scorrere libero, ma la società, tramite diverse istituzioni repressive, tra cui anche la psicoanalisi, lo limita, tenta di imprigionarlo e di renderlo inoffensivo. A tal proposito, già lo stesso Freud aveva notato, nel suo saggio del 1929, Il disagio della civiltà, come la civiltà nasca proprio dalla repressione del desiderio individuale e come essa continui a reprimere gli istinti attraverso l’imposizione di leggi e di una morale. Quello che Freud però non poteva capire era che la sua dicotomia desiderio-mancanza si sarebbe rivelata estremamente limitata tanto da condannare la sua disciplina, la psicoanalisi, a divenire parte di quelle istituzioni della civiltà che reprimono gli istinti e che impongono leggi, come il “complesso di Edipo”.
Da questa prospettiva, il triangolo edipico quindi non è altro che una rappresentazione che lo psicoanalista impone sulle vite dei suoi pazienti. Tutto diventa Edipo nella psicoanalisi: tutto ciò che viene represso è il padre, tutto ciò che si desidera è la madre e l'inconscio è il luogo dove lo spettacolo va in scena. Deleuze e Guattari, però, ci dicono che l'inconscio non è un teatro, ma è una fabbrica, dove il desiderio può produrre e dove nasce ogni cosa. La famiglia edipica non è che un'istituzione, una delle molte, che ci viene imposta per limitare la nostra possibilità di desiderare e di creare. Deleuze e Guattari scrivono un testo il cui scopo è quello di offrirci uno squarcio per uccidere Edipo e liberarci dalla sua influenza, ribellarci alla sua oppressione e creare un modo nuovo di guardare al mondo e di vivere le nostre vite. Edipo è morto, Edipo resta morto, Deleuze e Guattari l'hanno ucciso.

