Costruire un’alternativa a questa economia tra Latouche e Jappe

Recensione di Uscire dall’economia. Un dialogo tra decrescita felice e critica del valore: letture della crisi e percorsi di liberazione

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Il nostro Liceo C. Marchesi offre diversi percorsi di istruzione, tra i quali vanta l'indirizzo di Scienze umane – opzione Economico-Sociale, all'interno del quale, tra le diverse materie insegnate emerge lo studio dell'Economia. Ho quindi pensato di recensire un libro che tratta proprio di questo affascinante ambito. Il testo, apparso nel 2014, pubblicato da Mimesis, riporta una conferenza-dibattito, svoltasi nella cittadina francese di Bourges, tra Anselm Jappe e Serge Latouche.

Il titolo Uscire dall’economia a primo impatto potrebbe lasciare stupiti: che mai si vorrà comunicare con un titolo del genere? E cosa significa "uscire dall'economia"? La lettura di questo libello destabilizzerebbe qualsiasi economista "mainstream": le tematiche trattate sono infatti la decrescita felice e l'abolizione del lavoro, nella prospettiva di una società futura – post-capitalistica – intesa non più come un'utopia romantica, ma come una radicale e reale alternativa al mondo che conosciamo.

Essendo la nostra scuola una possibile officina che forgia futuri economisti e politici, e che più in generale forgia futuri cittadini italiani e del mondo, credo sia fondamentale mostrare a tutti l'esistenza di alternative, di un "al di là" della nostra contemporaneità, che troppo spesso ci appare grigia e priva di vie d'uscita.

Il libro si articola in tre parti: l'introduzione di Clément Homs, gli interventi di Latouche, che espone la propria teoria della "decrescita felice", e di Jappe, che offre un'analisi critica dell'economia a partire dalle tesi di Marx, e un dibattito consultivo tra i due. La questione che muove la conferenza è: Che cos'è l'economia e come si può uscirne?

Latouche inizia la propria analisi della nostra società affermando che:

«Oggi come oggi il nostro immaginario è quello economico; è qualcosa di cui non abbiamo piena coscienza, perché lo abbiamo completamente naturalizzato».

Secondo l’economista francese, cioè, l'economia neoclassica e neoliberista è religione, è quindi l'oppio dei ricchi e dei professori di economia, e, ormai, di tutti noi. L’alternativa delineata da Latouche è quella della "decrescita felice": una blasfemia nell'ordine economico dominante. Questo potente apparente ossimoro vuole infatti opporsi al paradigma della crescita infinita, ad oggi tanto diffuso nelle università di economia e negli uffici dei CEOs, proponendo una "a-crescita" – non una recessione – e un superamento del lavoro finalizzato al guadagno – non il precariato – come ci ricorda Clément Homs nell'introduzione. Latouche nota come la vita umana sia stata "economicizzata": si vive per produrre e per consumare, scrive infatti: «Dopo essere diventati bestie da soma, siamo diventati anche delle bestie da consumo». E per dirla con la canzone Morire della band CCCP: «Produci, consuma, crepa». Viviamo oramai in uno stato di frustrazione costante e, secondo il padre della decrescita, questo stato di insoddisfazione, derivato dalla mancanza di beni posseduti, non avrà mai fine senza l'auto-limitazione dei bisogni.

Anselm Jappe, dal canto suo, affronta un discorso partendo dalle tesi del collega francese, criticandone alcune delle trovate idealiste e radicalizzando l'intero discorso. All'interno del suo discorso, Jappe ci offre una definizione della famigerata "economia":

«L'economia [...] è un modo di organizzare la riproduzione materiale degli esseri umani attorno alle categorie di lavoro, denaro, investimento, aumento del capitale investito: tutti aspetti che non fanno parte della natura umana».

Jappe, appartenente alla scuola marxista eterodossa, con influenze situazioniste e debordiane, della Critica del valore riprende a piene mani questa definizione dalla critica avanzata da Marx nei confronti dell'economia politica, ponendola come base per il rovesciamento dell'attuale sistema di produzione e scambio. Con grande capacità, attraverso i testi di Mandeville, de Sade e de Chamfort, offre una disamina dell'imposizione ideologica del capitalismo, critica poi brevemente Latouche per la sua concezione quasi-idealistica dell'economia e di conseguenza dei mezzi per superarla. A proposito Jappe dice: «Eppure, la società capitalistica non è un fatto esclusivamente mentale. Nella società dove regna il feticismo della merce, l'economia, alla fine, è diventata reale». Da ultimo viene osservata in breve la genesi storico-materiale del lavoro salariato, del denaro e del capitalismo in generale, dalle guerre trecentesche ad oggi – d'altronde, «Il capitalismo fu, fin dall'inizio, un'economia di guerra».

Il libro si conclude con un interessante dibattito, di cui rivelerò le tematiche, ma non le argomentazioni, cosicché il lettore curioso possa andare a scoprire da sé il contenuto di questo breve e semplice testo: Latouche e Jappe discutono sulla natura della moneta-denaro, sullo Stato, sulle crisi economiche e sulle alternative concrete e dal basso e sulle proposte radicali per una società del domani.

Con questa recensione, come lo schizzo di un artista, ho voluto porre le basi dell'opera senza costruirla. La costruzione spetta a ciascuno di noi, in particolare al lettore di questo articolo, che potrà ora scegliere se ignorarne il contenuto o se prenderlo come spunto per iniziare anch'egli a costruire le premesse per una società nuova.

L.S. 4BE