Da quali fattori dipende lo sviluppo dell'empatia?

Concetto di empatia

Al giorno d’oggi, in un mondo dilaniato da conflitti, ingiustizie e crisi umanitarie, non ho potuto fare a meno di chiedermi perché alcune persone si sentono particolarmente colpite e turbate da queste notizie mentre altre continuano la loro esistenza con indifferenza. Nonostante questa domanda presenti numerose risposte e differenti punti di vista, centrale sono il grado di empatia e il modo di esternarla che si differenziano tra i vari individui.

Esistono tre differenti forme e gradi di empatia:

  • 1. L’empatia cognitiva, la più semplice e distaccata, che offre una comprensione razionale delle emozioni e dei punti di vista altrui, senza però alcuna volontà di sentire in modo profondo i loro sentimenti.
  • 2. L’empatia emotiva o affettiva, che permette di percepire come nostre le sensazioni altrui, senza però obbligatoriamente provare sentimenti di compassione verso l’altro.
  • 3. L’empatia compassionevole, che oltre a offrire una visione razionale e profonda delle emozioni altrui, crea in noi una forte compassione e un forte desiderio di aiutare l’altro.

Specificata tale classificazione, trovo sia cruciale specificare anche quali aree cerebrali permettono l’esistenza di questa meravigliosa capacità. La regione maggiormente coinvolta è la corteccia mediale prefrontale, zona che elabora le informazioni che otteniamo dall’esterno e le mette a confronto con il nostro punto di vista. La corteccia orbitofrontale, invece, interpreta i comportamenti degli altri per capire quali emozioni stanno provando, per ponderare la nostra risposta empatica affinché le sofferenze altrui non risultino opprimenti.

Il giro frontale inferiore serve a identificare con precisione il tipo di emozione che l’altra persona sta provando, mentre la corteccia cingolata anteriore e l’insula anteriore sono responsabili dell’esperienza e del riconoscimento delle emozioni, in particolare del dolore, sia nostre che altrui, fondamentali quindi per sentire i sentimenti dell’altro come nostri. La giunzione temporo-parietale invece ci permette di interpretare le intenzioni altrui e di distinguere noi stessi dall’altro, permettendo sia di comprenderlo profondamente sia di separare il nostro mondo emotivo da quello altrui, per non rimanere eccessivamente coinvolti.

A proposito, gli studiosi comprovano che gli uomini sono il genere più capace nel sopprimere il rispecchiamento con i sentimenti altrui, risultato anche dell’abitudine culturale patriarcale di insegnare fin da piccoli agli uomini a negare le proprie emozioni e a evitare comportamenti empatici, mentre alle donne di preoccuparsi dello stato d’animo altrui. Il solco temporale superiore invece ci permette di osservare la direzione degli occhi altrui per capire su cosa stanno ponendo la loro intenzione, mentre nell’opercolo e nel giro frontale inferiore si trovano i cosiddetti neuroni specchio, particolari cellule nervose che regolano lo svolgimento delle nostre azioni e la comprensione di quelle altrui. Infine, l’amigdala ci permette di rilevare e sentire le paure altrui, ma anche di regolare le nostre emozioni grazie al suo collegamento con la corteccia prefrontale.

Purtroppo però, qualora l’individuo presenti patologie, come autismo e Sindrome di Asperger, o danni cerebrali, come ictus, o lesioni nelle aree del cervello precedentemente menzionate, la sua capacità di provare empatia diminuisce drasticamente. Inoltre, è stato dimostrato che coloro che presentano una minore densità di materia grigia nella corteccia cingolata anteriore e nell’insula anteriore, o una connessione debole o danneggiata tra amigdala e corteccia prefrontale, o una minore attivazione della giunzione temporo-parietale, presentano di conseguenza meno capacità di comprendere e sentire il dolore altrui.

C’è però un’ottima notizia in tutto questo: esiste il concetto di neuroplasticità, secondo cui la struttura del cervello umano è mutevole e flessibile, e se sottoposta a psicoterapia e motivata da una volontà di migliorarsi, ci possono essere cambiamenti positivi considerevoli. In particolare, questo consiste nell’ascoltare in modo attivo e intenzionale l’altro, con domande aperte per stimolare intimità emotiva e comprensione, nel mantenere una mentalità aperta verso le opinioni altrui, nel prestare un’attenzione maggiore verso il tono di voce, la postura e le espressioni facciali altrui, per acquisire una chiave di lettura più completa dello stato d’animo degli altri e nell’esercitarsi a “mettersi nei panni dell’altro”.

Sfortunatamente però, spesso gli individui poco empatici non si accingono a impegnarsi per migliorare questa capacità, in quanto mancano dell’autoconsapevolezza necessaria per capire l’importanza dell’empatia stessa. Inoltre, non tutti sono pronti a mettere in discussione le convinzioni in cui hanno sempre creduto per sviluppare una capacità emotiva, poiché molti danno maggior valore ad altre competenze con risultati più razionali e tangibili. Queste motivazioni rendono il lavoro sulla neuroplasticità arduo per gli individui con poca capacità empatica, ma di certo non impossibile.

A dispetto di quanto detto finora, uno studio dell'Università di Cambridge pubblicato su Translational Psychiatry nel 2018, ha affermato che solo il 10% della capacità di provare empatia dipende da fattori genetici o da predisposizione personale, quindi le condizioni sociali e culturali sono i fattori determinanti nello sviluppo maggiore o minore di quest’abilità. In primo luogo, un individuo che ha attraversato esperienze traumatiche potrebbe risultare più chiuso verso il mondo esterno e di conseguenza meno empatico, meccanismo di difesa dovuto a dissociazione dalla realtà e da paura della vulnerabilità. In secondo luogo, l’ambiente familiare e sociale in cui l’individuo si trova fin da bambino risulta fondamentale, infatti, la crescita in contesti familiari poco sensibili all’empatia, in cui le figure genitoriali non forniscono esempi di questa capacità, porta a una probabilità significativamente minore di svilupparla da adulti.

In terzo luogo, l’empatia risulta più difficile da sviluppare negli individui che presentano minore intelligenza emotiva, cioè la capacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni e quelle altrui, in quanto l’empatia stessa è una componente dell’intelligenza emotiva. In quarto luogo, individui che naturalmente presentano consapevolezza e apertura verso esperienze e persone nuove e diverse da loro, hanno una predisposizione di gran lunga maggiore all’empatia rispetto ad individui che presentano narcisismo, machiavellismo e psicopatia.

Infine, nella nostra cultura occidentale capitalista sono lodati l’individualismo, la competizione e l’acquisizione di beni materiali, mentre il benessere collettivo e la connessione emotiva sono trascurati. Di conseguenza, in un contesto che loda così fortemente l’indipendenza estrema, capacità emotive quali l’empatia e l’intelligenza emotiva sono spesso svalutate o rifiutate. Riguardo a ciò, desidero esprimere con rammarico il mio disappunto nei confronti di questa società e del rapidissimo progresso tecnologico ed economico in cui è impegnata, in quanto, nonostante gli incredibili risultati raggiunti, non penso che questi siano sufficienti per giustificare questa deplorevole trascuratezza nei confronti di qualità intrinseche all’uomo stesso, come empatia e intelligenza emotiva, garanti non solo dello sviluppo di relazioni interpersonali soddisfacenti, ma anche del benessere individuale, raggiungibile grazie alla capacità di accettare, riconoscere e gestire le proprie emozioni.

M.F. 4DC