In un’epoca in cui le guerre dilaniano il nostro pianeta e provocano crisi umanitarie che tormentano milioni di persone, trovo quantomeno doveroso riflettere sull’argomento e informarsi sulle sue cause profonde. Per questo motivo, propongo una disamina delle considerazioni di alcune tra le più illuminate menti della storia umana in merito.
Uno dei primi filosofi greci, Eraclito di Efeso, nel VI-V secolo, stabilisce con fermezza la necessità della guerra, da lui definita polemos. Nella fattispecie, l’autore riconosce nella realtà una perenne lotta tra gli elementi contrari, capace però di riportare l’ordine, il logos, in quanto necessaria alla definizione dell’identità degli elementi stessi, ad esempio, non potremmo conoscere il concetto di “giustizia” se non conoscessimo quello di “ingiustizia”. Quest’autore a tal proposito afferma: «La guerra è padre di tutte le cose, di tutte è re e gli uni disvela come dei e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi».
Un secolo dopo, Platone ci offre una distinzione della guerra nel quinto libro della Repubblica: la stasis, cioè il conflitto interno tra i Greci stessi, come le Guerre del Peloponneso, e il polemos, cioè la guerra con popolazioni esterne, come le guerre persiane. Platone condanna la prima in quanto la considera un male dello Stato, poiché rappresenta la prevaricazione dei bisogni materiali e terreni sulla ragione e poiché i Greci, come ricorda Erodoto nelle Storie, pur essendo articolati al loro interno in diversi gruppi etnico-linguistici, in nome di un forte senso di identità comune, non dovrebbero andare l’uno contro l’altro. Dall’altra parte, Platone comprende e giustifica le guerre contro i popoli stranieri, in quanto considera i Barbari nemici per natura e quindi ritiene necessario l’uso della forza per contrastarli e proteggersi da essi. Platone quindi sostiene la necessità della guerra, in quanto evento scatenato da pulsioni irrefrenabili nell’uomo, ma precisa che questa debba essere mossa non dai bisogni effimeri di pochi, ma dalla restaurazione della giustizia e dell’equilibrio all’interno delle poleis.
Anche il suo successore Aristotele, nel settimo e nell’ottavo libro della Politica, definisce la guerra non solo necessaria e imprescindibile per ottenere la pace, ma anche la ritiene giusta qualora sia finalizzata alla difesa dagli altri popoli, al bene dei sudditi e alla sottomissione delle popolazioni considerate inferiori per natura, i cosiddetti barbari. Come Platone, anche Aristotele giudica in modo assai aspro la stasis, in quanto fattore che distoglie i cittadini dal loro fine ultimo, cioè vivere nella polis in concordia e in pace, condizione intrinseca alla conoscenza quindi alla felicità stessa. Da una parte, infatti, Aristotele sostiene che la guerra sia una condizione necessaria per la pace, in quanto senza conflitti giusti non si potrebbero difendere i propri confini, dall’altra, ritiene invece che la guerra privi il cittadino del proprio tempo libero, la scholè, condizione necessaria per costruire la propria identità ed essere felici.
Tra i filosofi medievali tale tematica continua ad essere oggetto di riflessione: sia Sant’Agostino sia San Tommaso d’Aquino si domandano se la guerra possa essere giusta (bellum iustum), e quest’ultimo stabilisce che lo sia a patto che rispetti tre condizioni. Nella Somma Teologica afferma infatti che in primis deve essere mossa da un’autorità legittima, cioè da un capo di Stato, non da privati cittadini, inoltre deve avere una giusta causa, ossia deve servire per riparare da un’ingiustizia subita, e da ultimo deve avere un’intenzione retta, cioè non deve essere mossa in virtù di cattiveria e crudeltà, ma in virtù del restauro della pace e del bene. Anticonformista la tesi del teologo Erasmo da Rotterdam, espressa nella Querela Pacis (Il lamento della pace) e nel Dulce bellum inexpertis (La guerra è dolce per gli inesperti): Erasmo da Rotterdam ripudia interamente la guerra, considerandola opposta all’indole benevola e amichevole dell’uomo, che secondo lui dovrebbe risolvere le questioni tra gli Stati attraverso la diplomazia e la ragione.
I primi a teorizzare lo Stato di Natura, condizione prepolitica in cui gli uomini non sono sottoposti al rispetto di alcuna legge se non dei precetti offerti dalla propria ragione, e lo Stato Civile, condizione in cui attraverso un patto di aggregazione gli uomini si organizzano in uno Stato con delle norme a cui sono sottoposti, sono i due filosofi politici, Locke e Hobbes.
In particolar modo, all’interno del Leviatano e del De Cive (Il cittadino), Hobbes afferma che la guerra è una caratteristica intrinseca allo Stato di Natura, a causa dell’indole egoistica della specie umana, mentre è un evento possibile all’interno dello Stato Civile, poiché non esiste un’autorità sovranazionale vincolante per tutti gli Stati. Inoltre, il teorico del Leviatano ripudia le guerre civili, in quanto rappresentano il fallimento dell’obiettivo dello Stato Civile, ovvero il mantenimento della pace attraverso il potere assoluto del sovrano, che non permette ai cittadini il diritto al dissenso.
Locke, dal canto suo, ha una visione più ottimista, in quanto ritiene che lo Stato di Natura sia tendenzialmente pacifico grazie all’indole bonaria degli uomini, che per salvaguardare i loro diritti naturali alla vita, alla libertà e alla proprietà, si aggregano nello Stato Civile. Il filosofo tuttavia nel Second Treatise of Government (Secondo Trattato sul Governo) non scongiura l’eventualità di una guerra tra Stati, in quanto la ritiene possibile ogni qual volta una Nazione violi il diritto naturale di un’altra. A questo proposito, Locke condanna tutte le guerre di conquista e di espansione, ritenendo giusta solo quella di difesa da aggressioni straniere e, riguardo alla guerra civile, pur ritenendola brutale afferma che a volte rappresenta l’unico modo per i cittadini di difendere i propri diritti naturali attraverso il diritto alla resistenza.
Singolare è la visione di Kant, filosofo politico illuminista che nel trattato Per la Pace Perpetua ripudia la guerra in tutte le sue forme, in quanto non intrinseca alla natura umana, ma causata innanzitutto dall’assenza di un organo sovrintendente alle nazioni che garantisca il rispetto dei diritti naturali, ma anche dalla sete di potere e di denaro e dalla presenza di eserciti statali permanenti, segnale di una perenne preparazione a eventuali guerre e di una mancanza di fiducia tra gli Stati. Dunque, per l’autore bisognerebbe agire in virtù di questo principio da lui espresso: “Il Cielo Stellato sopra di me, e la legge morale in me”, sottomettendo le azioni di ciascuno ai precetti della sua ragione, rifiutando così la violenza e istituendo una Pace Perpetua. Ciò deve essere ottenuto sia mediante ordinamenti repubblicani, in cui spetta ai cittadini la decisione di muovere guerra a un altro Stato, sia tramite un’autorità sovranazionale, la Federazione di Stati Liberi, che risolva le controversie con la ragione, sia grazie al diritto cosmopolita, in virtù del quale gli uomini non siano considerati nemici qualora giungano in uno Stato straniero.
Al contrario, il suo contemporaneo Hegel nei Lineamenti di filosofia del diritto propone una visione totalmente opposta riguardo alla guerra, che considera un mezzo necessario e indispensabile per il progresso della storia umana.
Secondo lui, infatti, la guerra intesa come lo scontro tra un modello di civiltà superato, non più capace di sostenere lo sviluppo umano, e un modello di civiltà emergente e futuristico, non porta a una vittoria casuale, bensì a un adempimento della volontà dello Zeitgeist, cioè lo Spirito del Tempo, motore intrinseco al corso della Storia.
Lo Zeitgeist guida l’essere umano verso la piena realizzazione della libertà, intesa da Hegel non come l’esercizio della libertà individuale, ma come la manifestazione dell’identità e del significato di ogni privato cittadino all’interno dello Stato, organismo che infatti pone il bene comune prima di qualsiasi interesse personale.
Per terminare quest’analisi, trovo sia basilare analizzare il fenomeno della guerra anche dal punto di vista psicanalitico di Freud, che sviluppa la Teoria delle Pulsioni, secondo cui nell’uomo esistono due impulsi: quelli concernenti la vita, Eros, il piacere e l’autoconservazione, e quelli concernenti la morte, Thanatos, l’autodistruzione e l’aggressività. Il padre della psicanalisi afferma infatti nel carteggio Perché la guerra? con Albert Einstein, che gli uomini respingono la pulsione di morte, in quanto contraria alla vita stessa, e per questo la proiettano all’esterno attraverso la guerra.
In conclusione, dopo aver analizzato i pensieri di questi filosofi posso affermare di trovarmi maggiormente d’accordo con Hobbes e Freud, soprattutto con la loro idea che la brama di espanderci, arricchirci e soprattutto primeggiare sia intrinseca alla nostra specie. Trovo che ciò sia testimoniato dalle numerose guerre dichiarate da leader dispotici e narcisisti, che pur di soddisfare i propri interessi personali e di raggiungere i propri folli obiettivi, hanno agito in modo totalmente dissennato ed egoista , causando milioni di morti e distruggendo il mondo.
A mio avviso però, nonostante quest’indole insita nella nostra specie, ognuno possiede il dovere in quanto essere umano, sia verso sé stesso sia verso gli altri, di non proiettare questa brama all’esterno in modo megalomane, diffondendo odio e dichiarando guerra. Bensì, in quanto siamo tutti individui dotati di raziocinio, dovremmo superare i nostri istinti naturali in favore del bene collettivo e del progresso della civiltà, prediligendo soluzioni pacifiche come la diplomazia, alle barbarie indicibili della guerra.

