Viviamo in Italia. Siamo italiani. Parliamo italiano. E mentre camminiamo per le vie delle nostre città osservando il mondo che ci circonda, sotto i portici o appoggiati a un colonnato, scorgiamo dei ragazzi con in mano il propriosmartphone, dall’altra parte della strada, seduti con vicino una tazza di caffè, stanno due dipendenti di un’azienda che hanno una giornata di lavoro in smart-working, mentre siamo distratti, urtiamo per sbaglio un signore, uscito per una corsa, che ha al polso uno smart-watch.
Tutti usiamo apparecchi elettronici e in italiano abbiamo adottato l’aggettivo smart, che in inglese vuol dire “sveglio, intelligente”, per riferirci ad alcuni dispositivi come lo smartphone, appunto, Ma come siamo passati dal significato inglese di “brillante” a quello italiano di “digitale, comodo”?
Durante il XX secolo tale termine si è diffuso nei Paesi anglofoni: smart non indicava più solamente una persona sveglia, ma anche una persona in grado di comportarsi in modo duttile grazie al proprio bagaglio di conoscenze tale da agire in modo responsabile e di adattarsi con facilità a qualunque situazione. Con l’avvento dei sistemi elettronici, programmati mediante un’intelligenza propria, detta “intelligenza artificiale”, questo termine ha assunto una connotazione più specifica, riferendosi agli oggetti in grado di reagire all’ambiente, di prendere decisioni automatiche, di ottimizzare le risorse e di obbedire a comandi dati. Inoltre, l’utilizzo di tali apparecchi ha semplificato molte situazioni della vita di tutti i giorni, perciò, con il termine smart si è iniziato a indicare anche qualcosa di progettato per essere comodo. Un esempio è lo smart-working: un lavoro flessibile attraverso l’informatica che ha preso il sopravvento durante la pandemia del Covid-19, dato che permetteva alle persone di continuare a lavorare da casa.
Ci sono anche ulteriori attività che possono essere rese smart e non dimentichiamo l’esistenza delle smart-houses, dotate di un sistema elettronico controllabile da un semplice computer. «Mi trovo molto bene, soprattutto quando sono a letto e voglio accendere o spegnere la luce, oppure quando sono uscito dalla camera ma mi son dimentico la luce accesa. Ho inserito una funzione che mi accende la luce cinque minuti prima che suoni la sveglia e la trovo molto comoda»: ha risposto così un mio coetaneo alla mia domanda su come si trova nella sua smart-house.
«Con una semplice applicazione dal telefono posso controllare la luce, la lampada sul comodino, la striscia a led, e anche il mio computer. Posso accedere all' “home assistant” sia dentro che fuori casa. L'unico difetto è che, se per qualsiasi motivo internet smette di funzionare, cosa che mi succede spesso in questo periodo, devo ritornare a usare i pulsanti fisici e dopo che ti abitui a dire "Hey Siri, accendi camera" è un po’ scomodo».
Insomma, l’italiano è una lingua musicale e ricca di termini e di modi di dire ma a volte chiede un aiuto per esprimere alcuni concetti che non sente propri, come un bambino che chiede l’ultimo pezzo per completare un puzzle al suo compagno di giochi.
Sorge solo un problema: forse con l’avanzare della tecnologia, tra milioni di oggetti digitali e comodi, quelli meno smart saremo noi…
