Nel corso di due milioni di anni l’uomo si è evoluto, ma sembra che negli ultimi due secoli lo stesso progresso, responsabile del miglioramento della nostra vita e della nostra salute, sia anche l’imputato dell’allontanamento dal nostro naturale equilibrio biologico.
Noi stessi esseri umani infatti percepiamo spesso la vita del XXI secolo come una costruzione veloce, che ci trasmette inevitabilmente una sensazione di perenne affanno, come se stessimo sempre rincorrendo qualcosa di irraggiungibile. Purtroppo, questa non è solo una nostra percezione, poiché il progresso tecnologico e il modo in cui ci influenza risultano andare a una velocità senza precedenti.
Dapprima eravamo in simbiosi con il ritmo della natura poi ci siamo adattati al ritmo delle macchine e delle catene di montaggio e infine al ritmo della tecnologia istantanea, decisamente troppo veloce per non gravare sul nostro equilibrio psicofisico. In questa lotta per l’adattamento a dispositivi sempre più innovativi, ci troviamo quindi a esporre il nostro fisico a seri problemi, come affaticamento visivo dovute alle luci blu, disturbi del sonno, inattività fisica e rischio di danni all’udito.
Oltre alla lapalissiana gravità di disturbi fisici, catastrofici sono anche i modi in cui questo nuovo modo di vivere “veloce” ha plasmato la nostra mente e la nostra quotidianità. Ogni giorno, infatti, la società consumistica in cui viviamo ci stimola a comprare e a volere sempre di più, persuadendoci a ricercare ciò che non abbiamo e che gli altri sembrano invece avere. Questa costante iperstimolazione risulta estremamente nociva per il nostro equilibrio mentale, in quanto genera e alimenta in noi un forte senso di insoddisfazione e inadeguatezza perenni.
Questa condizione è stata nominata “stress” dall’endocrinologo Hans Selye, che nel 1936 fu il primo a coniare tale termine. Da quel momento in poi, questo male silenzioso si è insinuato silenziosamente nelle nostre vite, ostacolando il nostro benessere e la nostra percezione del mondo. Infatti, lo stress cronico a cui tutti, chi più chi meno, siamo esposti dalla società in cui viviamo, aumenta disturbi come ansia e depressione e può portare all’esaurimento fisico ed emotivo, il cosiddetto burnout.
Nel giro di pochissimi anni inoltre abbiamo assistito all’ascesa lenta ma inesorabile del fenomeno della cosiddetta “putrefazione cerebrale” o “Brain Rot”, espressione che potrebbe sembrare azzardata o esagerata, ma che in realtà risulta appropriata, se si considera il modo in cui il nostro cervello ha dovuto adattarsi a modelli di linguaggio ad esso estranei, caratterizzati da una brevità fuori dalla norma.
Un punto cruciale della questione è certamente il tipo di contenuti presenti nei social e la motivazione che accompagna la loro pubblicazione: se dieci anni fa postare sui social era infatti un’azione spontanea, libera da qualsiasi pressione o giudizio, finalizzata a creare profili di raccolta dei propri ricordi, veri e propri “diari” da condividere con gli amici o aperti al pubblico, oggi invece la situazione appare ben diversa, tanto che ciascun profilo segue una struttura ben precisa, composta da vetrine minuziosamente pensate e dettagli mai trascurati, in una montagna di apparente e vuota perfezione.
Sfortunatamente, ci sono molti altri effetti disastrosi dell’immersione per ore e ore nelle vite degli altri attraverso i social, come la FOMO, la costante paura di essere lasciati indietro, e la sovrabbondante stimolazione della dopamina, il neurotrasmettitore di piacere e motivazione, attraverso likes, notifiche e messaggi istantanei. Meccanismi di questo genere sono infatti innaturali per il nostro sistema nervoso, in quanto ci siamo appunto evoluti in migliaia di anni per la concentrazione su compiti più impegnativi e lunghi, ma soprattutto per vivere a un ritmo conforme a quello della natura, ben lontano dalla quotidiana frenesia.
Questo nostro stato di costante agitazione, contrario alla nostra naturale predisposizione alla calma, ha comportato una riduzione della nostra innata capacità di prestare attenzione in modo sostenuto e continuato, a causa dell’abitudine a cui abbiamo sottoposto il nostro cervello di aspettarsi costantemente un micro-stimolo dopo l’altro. Per questo, attività lente ma profondamente costruttive e gratificanti come leggere un libro, uscire per una passeggiata o semplicemente ammirare i colori che si susseguono lenti durante un tramonto, ci sembrano strane, innaturali, come occupazioni che non appartengono, più, al nostro modo di vivere.
Un altro fattore di rischio dell’uso eccessivo dei social media e dei dispositivi elettronici è il sovraccarico di informazioni, che non concedono il tempo sufficiente al cervello per decidere se conservarle o meno. Questo causa nel tempo non solo una progressiva diminuzione della memoria a breve termine, ma anche una minor capacità di analisi complessa e di spirito critico, compromettendo inevitabilmente anche la memoria a lungo termine.
Bisogna poi considerare che, nonostante i social media siano stati creati in origine per costruire relazioni tra persone estremamente diverse e lontane tra loro, è proprio questa connessione ubiqua la responsabile dell’illusione di comunità che sentiamo. Col tempo infatti questa sensazione di connessione onnipresente si è insidiata nei nostri rapporti umani reali, rendendoci disabituati e estranei a essi, facendoci perdere la cognizione del valore di una conversazione profonda o di una chiacchierata casuale con uno sconosciuto.
Trovo però che la conseguenza più grave in assoluto del nostro modo di vivere “breve”, causata e fomentata dall’onnipresenza di dispositivi elettronici, costanti fonti di intrattenimento che ci distraggono dall’ozio, sia proprio la nostra ormai consolidata incapacità di oziare, nel senso dell’“otium” latino, cioè il tempo libero dal “negotium” e dedito al riposo, ma non alla pigrizia, messo a frutto per dedicarsi ad attività altre, quali lo studio, la cura di sé, la riflessione filosofica, la gestione della vita privata, un tempo quindi di rigenerazione intellettuale.
Questo fenomeno risulta estremamente nocivo per il nostro benessere: il riposo infatti permette al nostro cervello di sviluppare la sua capacità di creare, di risolvere problemi, di riflettere sulle proprie emozioni e di costruire la propria identità. Non a caso le società moderne inducono sempre di più all’omologazione, utilizzando questo finto senso di appartenenza e di emulazione come collante sociale, quindi trovo che renderci distratti e poco consapevoli di chi realmente siamo risulti assai comodo.
In conclusione, trovo che queste tendenze della società contemporanea, che coinvolgono persino tra i bambini, ci danneggino in modo molto serio, e col tempo ho per questo imparato che momenti semplici che diamo per scontati, come ridere con un amico o camminare immersi nella natura, hanno un valore inestimabile, poiché sono proprio le piccole cose a ricordarci che prima di essere consumatori di prodotti o contenuti digitali, siamo esseri umani con storie da raccontare e sogni da realizzare.
