Conversando di politica, ho avuto modo di notare da subito un’allarmante presenza di pregiudizi radicati in entrambi gli schieramenti politici, a dimostrazione dell’esistenza di una visione troppo generica e polarizzata di una gamma di ideali invece molto ampia e varia. Troppo spesso si tende infatti a ritenere che un prestabilito gruppo di ideali debbano appartenere tutte a un preciso partito, nonostante questa concezione non sia solo errata, ma anche estremamente limitante.
In particolare, questa concezione politica è chiamata spettro politico sinistra-destra, nata proprio durante la Rivoluzione francese, evento fondamentale per la nascita del moderno sistema democratico e pluralista, quando nell’Assemblea Nazionale si sedettero a sinistra i progressisti favorevoli alla fine dell'Ancien Régime, mentre a destra i reazionari che erano contrari a ciò. Il concetto di spettro politico sinistra-destra si lega quindi indissolubilmente al tribalismo politico, fenomeno sociologico-culturale secondo cui il senso di appartenenza e di fedeltà al proprio gruppo politico si trasforma in una rigida forma di identità, che determina spesso una cecità critica anche di fronte a idee contraddittorie.
L’essenzialismo politico, cioè la concezione che riconduce varie ideologie a una sola “essenza” di appartenenza, ha molteplici effetti negativi, tra cui:
- L’eccessiva semplificazione di problemi complessi, riducendo ideali e comportamenti articolati a categorie statiche, non tenendo così conto dei numerosi fattori dinamici da cui il pensiero politico è costantemente influenzato, risultando così una rappresentazione quanto mai inesatta delle varie ideologie.
- Esclusione e divisione, con la creazione di categorie rigide di “noi” e “loro”, fondate unicamente su classificazioni sommarie che impediscono un discorso politico ricco, garantito dalla diversità di pensiero.
- Stagnazione e rigidità, prodotte dal rifiuto sistematico dell’ascolto delle visioni dell’altro, visto quindi non più come un interlocutore con cui confrontarsi, ma come una minaccia da abbattere.
- Politica identitaria, in virtù della quale il senso di sé dell’individuo è intrinsecamente legato alla sua idea politica, rendendo quindi inevitabile la polarizzazione.
- Dannose generalizzazioni e stereotipizzazioni, che minano alla diversità di pensiero e rafforzano pregiudizi già radicati in merito al pensiero divergente.
Il modello di pensiero opposto all’essenzialismo è quindi la teoria sociale della politica, che dimostra come le opinioni politiche di un individuo non derivino da sue presunte concezioni innate, ma da una sintonia con l’ambiente e con i leader le cui ideologie egli sente più vicine. La dimostrazione pratica di questa teoria si ritrova nei politici stessi, che spesso si sono opposti ai loro stessi ideali per far fronte a questioni di tipo pragmatico, come Bush e Obama, che pur essendo democratici hanno dovuto alzare le tasse, e Nixon, che pur essendo un repubblicano convinto anticomunista aprì per primo le relazioni diplomatiche con Mao Zedong con il suo viaggio in Cina nel 1972.
Nella fattispecie, nel testo di Hyrum e Verlan Lewis, The Myth of Left and Right: How the Political Spectrum Misleads and Harms America, si legge: “Le persone si ancorano prima a una tribù ideologica, a causa della famiglia, dei coetanei o di una singola questione a cui tengono fortemente, e solo dopo ne adottano l'intera gamma”. Inoltre, gli studiosi di psicologia evoluzionistica Jason Weeden e Rob Kurzban, autori del The Hidden Agenda of the Political Mind, hanno potuto confermare che gli individui non collocano i propri ideali in un determinato schieramento fin quando non viene loro presentato il classico paradigma sinistra-destra.
Weeden e Kurzban evidenziano diversi punti a sostegno di questa tesi, tra cui:
- L’inesistenza di un legame intrinseco tra principi visti come indissolubili, come il diritto all’aborto e la riduzione delle tasse, entrambi valori tradizionalmente attribuiti alle politiche di destra.
- La correlazione dei propri ideali con lo stile di vita, non con l’ideologia, ad esempio, coloro il cui stile di vita è orientato verso la famiglia tradizionale, supporteranno provvedimenti a sostegno di questa, indipendentemente dal loro tradizionalismo.
- Il processo di “agenda nascosta”, secondo cui la mente opera naturalmente per trasformare i propri fini egoistici in principi morali, al fine di apparire più giusti e affidabili agli occhi altrui.
Alcuni filosofi hanno concordato con la teoria sociale della politica, come Norberto Bobbio, che, nel suo celebre saggio Destra e sinistra, riconduce la dicotomia tra i due schieramenti politici non a ideologie immutabili, ma al loro diverso atteggiamento verso l'eguaglianza. Il filosofo infatti ritiene che a destra si collochino coloro che concepiscono le disuguaglianze come naturali e imprescindibili, mentre a sinistra coloro che credono in una somiglianza di fondo tra tutti gli uomini e quindi nella riduzione delle disuguaglianze. Inoltre, lo scrittore afferma che, essendo la realtà politica soggetta a continui mutamenti, è surreale pensare che un individuo possa trovarsi d’accordo con ciascun punto di un determinato programma politico.
Dall’altra parte, il sociologo Pierre Bourdieu riconduce questa dicotomia tra sinistra e destra al concetto di habitus, l’insieme di modi inconsci di agire e pensare che influenzano il nostro comportamento. La presenza di un habitus forte può quindi causare pensieri e atteggiamenti prevedibili, rimuovendo l’imprescindibile riflessione critica su cui si devono basare gli ideali di ciascuno, e attribuendo all'identità politica una finalità pratica, di guida ai gusti e alle opinioni. La filosofa Hannah Arendt ha ribadito la latente pericolosità delle ideologie, in quanto ci separano dalla realtà e ci impediscono di giudicare in modo libero, critico e autonomo ogni situazione, senza sentirsi obbligati ad accettare una conclusione logica predefinita.
D’altro canto, sono presenti anche dei sostenitori alla teoria dell’essenzialismo politico, come gli psicologi sociali Jonathan Haidt, Jesse Graham e Brian Nosek, che hanno formulato la Teoria dei Fondamenti Morali, (MFT), secondo cui la moralità umana è formata da sei coppie di fondamenti morali, cura/danno, equità/imbroglio, lealtà/tradimento, autorità/sovversione, purezza/degrado, libertà/oppressione. Gli studiosi avrebbero quindi mostrato come i progressisti siano più inclini alla cura e all’equità, chiamati anche valori “individualizzanti” o “centrati sull’individuo”, mentre i conservatori diano importanza a tutti e sei i valori, e in modo prediletto agli altri quattro, chiamati anche “vincolanti” o “centrati sul gruppo”. Secondo questi studiosi la visione politica non dipende quindi da un preciso calcolo di interessi, ma da una complessa combinazione di fattori biologici, ambientali e culturali.
Anche lo psicologo John Jost invece, autore de Left & Right: The Psychological Significance of a Political Distinction, sostiene che le differenze sostanziali tra destra e sinistra siano causate da differenze biologiche e psicologiche profonde, come l’apertura all'esperienza, che determina una minore ostilità nei confronti dell’insolito e del cambiamento sociale, il bisogno di chiusura cognitiva, in virtù di cui tradizioni, ordine e stabilità riducono l’ansia, poiché garantiscono un mondo prevedibile e più sicuro. È stato inoltre mostrato da alcuni studi, come quelli del politologo Hibbing, che sono presenti differenze sostanziali tra i cervelli dei conservatori e dei progressisti, in quanto i primi reagiscono in modo più intenso a stimoli minacciosi o disgustosi, con ipersudorazione e battito cardiaco accelerato, presentando anche una maggior sensibilità nell’amigdala, il centro della paura. Dall’altra parte, è stato dimostrato che i progressisti presentano invece un maggior volume della corteccia cingolata anteriore, sede della gestione dell’errore e dell’incertezza.
In virtù di quanto detto, ritengo che dovremmo esercitarci ad abbracciare la diversità nel pensiero politico dell’altro, tenendo a mente che tutti noi presentiamo dei bias, cioè inclinazioni mentali inconsce che influenzano anche il nostro pensiero politico, come:
- Il bias di conferma, che ci porta a cercare e a ricordare le informazioni che convalidano le nostre opinioni e a rinnegare quelle contrarie ad esse.
- Il bias di falso consenso, che ci porta a credere che la maggior parte delle persone condividano i nostri ideali.
- Il bias dell’ingroup, che ci porta a favorire i sostenitori del nostro stesso gruppo politico, a discapito degli oppositori.
- Il bias del gregge, che ci porta ad assumere opinioni di altri, per il nostro bisogno innato in quanto esseri umani di appartenere a un gruppo.
- Il bias di proporzionalità, molto strumentalizzato in politica, che ci fa credere che all’origine di grandi eventi come crisi e guerre ci siano cause altrettanto grandi.
- Il bias del punto cieco, che ci ostacola nel riconoscere i nostri stessi pregiudizi.
In conclusione, per cercare di limitare l’influenza che questi meccanismi inconsci esercitano sui nostri giudizi, ritengo che, oltre ad esserne consapevoli, bisogni essere pronti a un dialogo vario e costruttivo, atto a mettere alla prova la solidità delle nostre idee, e verificare se queste rispecchiano effettivamente il nostro pensiero. Le idee politiche infatti non sono statiche, bensì dipendono dalle esperienze di ognuno, e forse dovremmo imparare a esercitarci a trovare punti in comune con gli altri, piuttosto che concentrarci sulle divergenze con loro, identificandoli come nemici. Credo infatti che oggi più che mai, in un’epoca dove lo spettro politico sinistra-destra è alimentato anche dai contenuti sui social, sia quanto mai cruciale non etichettare o giudicare a priori, poiché nessun ideale discusso criticamente è sbagliato, a patto che non discrimini o offendi alcuno.

