In Occidente siamo per lo più, purtroppo non sempre, abituati a vedere le donne libere dall’autorità maschile, ma il modo in cui il patriarcato agisce in molte parti del mondo dimostra proprio come non tutte vivano questa condizione, e ritengo che l’unico modo per eliminare questo male insito nelle nostre società sia proprio innanzitutto quello di informarsi.
Per iniziare, il Paese dove le donne vivono in condizioni peggiori secondo vari organismi internazionali, in una situazione spesso definita “apartheid di genere”, è proprio l’Afghanistan, che dal 15 agosto 2021 è sotto il controllo dei Talebani, organizzazione islamica integralista che mira al rispetto intransigente e rigido della legge islamica, la shari'a. Subito dopo l’instaurazione di questo regime è stato infatti imposto alle donne il tassativo obbligo di coprirsi in pubblico con il burqua, una veste che copre sia il corpo sia il viso e lascia scoperti solo gli occhi. Dal 28 dicembre 2024 è stato invece varato un decreto che stabilisce il divieto di costruire in nuovi edifici finestre da cui si possano intravedere donne e l’obbligo di sistemare finestre già esistenti per ottemperare a questa nuova norma. Inoltre, le donne non possono fare apparizioni in reti televisive o giornali, né essere filmate, né uscire di casa senza un tutore maschile, il cosiddetto mahram, che può essere il padre, fratello, marito o familiare stretto.
Anche una volta uscite di casa però, subiscono restrizioni ferree: non possono parlare né cantare, in quanto è vietato loro produrre qualsiasi rumore che permetta loro di essere sentite dagli uomini. La più importante negazione del governo verso le donne è stata però il divieto all’istruzione, consentita solo fino all’età di 10 anni, infatti dal 20 dicembre 2022 alle donne non è permesso studiare all’università né lavorare in qualsiasi ambito. Le uniche occupazioni ancora permesse sono proprio nel settore della medicina, in quanto la segregazione dei sessi vige anche negli ospedali e le donne non possono ricevere cure mediche da uomini. Proprio a causa di quest’impossibilità di ricevere un’istruzione superiore, le donne abilitate a curare altre donne sono destinate a diminuire sempre di più, e la mortalità materna ha così raggiunto picchi di 638 decessi ogni 100.000 nati vivi.
Recentemente però, all’inizio del 2026, c’è stata una svolta ancora più drammatica: una nuova legge varata dai Talebani ha sostanzialmente legalizzato la violenza sulle donne, punendola solo ed esclusivamente se accompagnata dalla presenza di ossa rotte, ferite aperte o lividi sul corpo. In questo caso, la pena è di appena 15 giorni di reclusione.
Il secondo Paese per peggiori condizioni della donna è invece l’India, dove la legislazione democratica, chiaramente differente da quella afghana, garantisce almeno sulla carta il rispetto dei diritti civili di tutti i cittadini e le cittadine. In particolare, nell’articolo 15 della Costituzione indiana si legge: “Lo Stato non potrà discriminare alcun cittadino solo per motivi di religione, razza, casta, sesso, luogo di nascita o alcuno di essi.” Nonostante l’apparente uguaglianza giuridica tra sessi però, il National Crime Records Bureau, un’agenzia governativa indiana che raccoglie e analizza i dati dei crimini, ha segnalato una recente crescita della violenza contro le donne, in particolare 448.211 casi formali nel 2023, con un terzo di essi casi di violenza da parte del marito o dei parenti.
A proposito, per modernizzare il vecchio codice penale indiano del 1860, ancora reduce dell’era coloniale inglese, è stato adottato l’1° luglio 2025 il nuovo codice penale, Bharatiya Nyaya Sanhita (BNS), che nel suo Capitolo V prevede un inasprimento delle pene per i crimini nei confronti di donne e bambini. In particolare, nell’articolo 69 del Capitolo V viene punita l’induzione ad avere rapporti sessuali tramite “mezzi ingannevoli”, come promesse di matrimonio o di lavoro. Nonostante questa legge però, in una sentenza del 5 Febbraio 2026 è stato stabilito dai giudici della corte Suprema B.V. Nagarathna e Ujjal Bhuyan il termine di un’indagine su un presunto stupro in seguito al mancato mantenimento di una promessa di matrimonio, dichiarando che “il semplice fatto che le parti abbiano avuto rapporti fisici a seguito di una promessa di matrimonio non equivale a stupro in ogni caso”.
Tuttavia, la limitazione più grande del sistema giuridico indiano nei confronti delle donne è il mantenimento del caso di “Eccezione per lo stupro coniugale”, (Marital Rape Exception). Infatti, il sessantatreesimo articolo del BSN stabilisce la totale impunità del marito in caso di stupro coniugale, a patto che la sposa abbia più di 18 anni. Nonostante le numerose proteste di svariati avvocati indiani, che ribadiscono l’anticostituzionalità di quest’articolo, in quanto viola palesemente gli articoli 14, 15, 19 e 21 della Costituzione, il Governo ha difeso la norma in quanto garante della “santità del matrimonio”. Sebbene i dati registrati dal National Family Health Survey–5 dimostrino la crucialità della questione, in quanto indicano che ben il 32% delle donne nel corso della loro vita coniugale ha subito violenze fisiche, psicologiche o sessuali dal marito, non si può essere certi dell’attendibilità di questi, in quanto lo stigma sociale e il silenzio istituzionale rendono spesso molto difficile denunciare l’aggressore.
Inoltre, oltre alla discriminazione ed esclusione selettiva delle vedove dalla società, preoccupano anche i dati sul matrimonio precoce, formalmente abolito dagli inglesi nel 1860, ma ancora largamente diffuso in India. L’UNICEF ha infatti dichiarato con un’indagine del 2009 che ben il 40% dei casi mondiali di questa pratica si registrano proprio in India, e il 47% delle donne tra i 20-24 anni si sono sposate prima dei 18 anni, percentuale che si alza fino al 56% nelle zone rurali. Nel 1961 fu abolita anche la richiesta di dote nei matrimoni, ma nel 1997 sono state registrate ben 5.000 donne morte per cause legate alla dote, cioè uccise dal marito in seguito all’acquisizione della dote. Altri gravi problemi sono certamente la tratta di esseri umani, formalmente abolita con una legge nel 1956, ma che ad oggi relega ancora moltissime donne e giovani ragazze alla prostituzione forzata, e la mortalità materna, che sempre un articolo dell’UNICEF del 2015 aveva riportato essere la più alta a livello mondiale in India, con intorno 80000 decessi all’anno.
Anche in Siria la condizione femminile è estremamente critica: il Syrian Network for Human Rights, (SNHR) ha stimato nel novembre 2024 che fossero non meno di 11.268 le donne arrestate dallo scoppio della guerra nel 2011, ancora scomparse o illegalmente trattenute. Non solo, la condizione bellica continua a minacciare il genere femminile, con l’uso di violenze sessuali, rapimenti e matrimoni precoci per mantenere vivo il terrore nella popolazione. Nonostante ciò, il 13 marzo 2025 entra in vigore la Constitutional Declaration of the Syrian Arab Republic (Dichiarazione Costituzionale o Costituzione provvisoria), dalla durata di 5 anni e con 53 articoli, il cui ventunesimo articolo promette proprio di proteggere lo status sociale delle donne, la loro dignità e il loro ruolo familiare e sociale, e di garantire loro il diritto all’istruzione e al lavoro, nonché i loro diritti sociali, economici e politici.
Questi principi appaiono però in netto contrasto con l’articolo 3 della Costituzione, che stabilisce la giurisdizione islamica (la shari'a) come principale fonte di legislazione, e questo lascia le donne soggette alle imposizioni maschili in questioni private come matrimonio, divorzio ed eredità, privando loro del diritto ad autodeterminarsi. Ma ciò che più discrimina le donne nel sistema legislativo siriano è proprio il Codice penale Siriano (Cps), che, mai mutato dal 1949, non riconosce come crimine lo stupro coniugale e anzi prevede una riduzione della pena per tutti gli uomini che sposano la vittima delle loro violenze. Inoltre, la legge siriana permette agli uomini di “disciplinare le proprie parenti donne in una forma consentita dalle usanze generali”, e mantiene intatto l’articolo 192, che prevede solo due anni di reclusione per un femminicidio motivato da “motivo onorevole”. Non essendo mai però specificato questo fantomatico “motivo onorevole”, la durata della pena dell’uccisore rimane a totale discrezione del magistrato di turno. Oltre a ciò, permane anche l’articolo 242, che prevede la riduzione di pena per un omicidio motivato da collera causata da un atto illegale compiuto dalla vittima. Nonostante questa legge sia in vigore sia per le donne che per gli uomini, è chiaro come, in un contesto già profondamente patriarcale, i carnefici siano favoriti, se motivano le proprie azioni con un presunto tradimento della moglie.
Le povere donne siriane si trovano dunque in una pressoché totale assenza di tutela legale, e ciò è stato provato dall’intervento inesistente delle autorità di fronte alla diffusione sui social di filmati del “massacro di Manbij” del 6 Aprile 2025, in cui la giovane Rahaf Alwan è stata ripetutamente colpita a colpi di Kalashnikov dal fratello per strada. Di fronte alle aspre critiche dell’opinione pubblica è stato quindi emanato il 13 maggio 2025 il decreto numero 20, per istituire formalmente la Commissione Nazionale per la Giustizia di Transizione, che però, come sottolineato da diverse associazioni femministe, punisce unicamente i crimini di guerra commessi da Assad, lasciando impunite fin troppe violenze.
In Somalia invece ha luogo lo spaventoso fenomeno della mutilazione dei genitali femminili, (MGF o FGM), procedura con valore religioso che garantisce la verginità e la purezza della donna e assicura loro un matrimonio vantaggioso. A proposito, proprio il 45% delle ragazze somale si sposa entro il diciottesimo anno di età, e secondo l’ultima indagine demografica del Somali Health and Demographic Survey, l’MGF colpisce ben il 99.2% delle donne somale tra i 15 e i 49 anni. Queste procedure hanno chiaramente conseguenze gravissime sul corpo e la psiche delle donne, ed essendo realizzate su bambine dai 5 ai 14 anni di età da persone prive di alcuna conoscenza medica e senza anestesia, presentano chiaramente un altissimo rischio di mortalità. Nonostante il largo uso della pratica, l’articolo 15 comma 4 della Costituzione federale provvisoria della Somalia recita: “La circoncisione femminile è una pratica consuetudinaria crudele e degradante, ed equivale a tortura. La circoncisione delle bambine è proibita”. Prima del 12 Maggio 2024 però, giorno in cui lo Stato del Galmudug, uno degli Stati membri della Repubblica Federale Somala, ha finalmente approvato la prima legge anti-FMG, non esistevano leggi che imponessero una sanzione pecuniaria o penale per questa pratica. Nonostante questo importante passo avanti però, le mutilazioni genitali femminili rimangono una piaga perfettamente inserita nella cultura socio-religiosa del paese, e ciò le rendono estremamente difficili da eliminare.
A livello europeo invece, è bene evidenziare i difficili vincoli sull’aborto in Polonia, Paese dove dal 22 ottobre 2020 è negato il diritto di interrompere la gravidanza in caso di malformazione del feto, ma solo in caso di stupro, incesto o rischio per la vita della donna. In Ungheria, invece, dal 15 settembre 2022 è obbligatorio per la donna ascoltare il battito del feto prima di poter accedere all’aborto. Non bisogna però dimenticare che questa pratica non è solo relegata all’Ungheria, ma è presente anche in Italia, come testimoniato da una dei componenti di “Obiezione Respinta”, collettivo transfemminista che si oppone fermamente alla pratica di obiezione di coscienza nel nostro paese. L’attivista ha infatti affermato: "Avevo 18 anni. Il medico che mi ha fatto l'ecografia di controllo sapeva benissimo che volevo praticare l’IVG. Mi continuava a far sentire il battito dicendo ‘Ascolta il miracolo della vita che è in te, ascolta il miracolo della vita che solo da te può nascere'. Mi hanno fissato l'intervento a pochi giorni dalla scadenza del termine, per ‘darmi il tempo di riflettere.”
Dall’altra parte, la premier Giorgia Meloni, ospite il 18 settembre 2022 alla trasmissione Mezz’ora in più su Rai tre, ha dichiarato: “Non mi risulta sia accaduto da nessuna parte che una donna che voleva interrompere la gravidanza non abbia potuto farlo. Il diritto all’aborto in Italia è sempre stato garantito”. Inoltre, in merito alla questione della dilagante obiezione di coscienza in Italia, ha affermato: “Però c’è anche la coscienza delle persone, non possiamo costringere le persone a fare cose che in coscienza non si sentono di fare. Bisogna garantire la libertà. Io credo che l’equilibrio che si è creato sia un equilibrio che attualmente tiene.” La premier sembra quindi ignorare non solo le testimonianze di migliaia di donne, ma anche alcuni dati oggettivi. In Italia infatti, nonostante il diritto all’interruzione di gravidanza sia garantito dalla Legge 194 del 22 maggio 1978, c’è una percentuale nazionale di obiezione di coscienza decisamente troppo alta per assicurarsi che l’aborto sia sempre garantito. Tra i ginecologi infatti, in media il 64,6% è obiettore, ma questa percentuale giunge addirittura al 92,3% in Molise, mentre è attestato che in Puglia, Basilicata, Lazio, Toscana, Marche, Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Umbria ci sia almeno un ospedale con il 100% dei ginecologi obiettori.
In conclusione, ritengo che le preoccupanti restrizioni all’incolumità e all’autodeterminazione delle donne nei paesi africani e asiatici precedentemente menzionati, ma anche in Yemen, Pakistan, Repubblica Centrafricana, Sud Sudan, Papua Nuova Guinea e Iraq, dovrebbero suscitare in noi donne e uomini europei sentimenti di forte sorellanza, fratellanza e compassione. Penso infatti che dovremmo essere consapevoli che nel mondo ci sono fin troppe donne che osservano passivamente la loro infanzia mentre viene loro strappata, mentre viene loro negato il diritto all’istruzione, mentre viene loro negata la libertà che svanisce con l’emanazione di una sola legge. Penso infine che non si debba smettere di lottare, proprio in questo periodo storico più che mai, in cui alcuni leader limitano le nostre libertà, mentre altri sminuiscono apertamente le limitazioni che affrontiamo nell’esercizio dei nostri diritti. Oggi più che mai quindi, trovo che sia fondamentale per tutti, donne e uomini, continuare a combattere il patriarcato, in quanto, nonostante molti obiettivi siano stati raggiunti, questo nefasto sistema non si potrà dire abbattuto fin quanto non sarà così per tutte le donne in tutto il mondo.
