L'uomo e il dolore

Immagine concettuale sul dolore e la resilienza

Fin dagli albori della specie umana gli uomini hanno provato dolore: fisico, come manifestazione di pericolo e danno nel nostro corpo, ma anche mentale, sociale, morale ed esistenziale.

Riguardo queste quattro categorie, la loro origine e funzione è risultata da subito ambigua all’uomo, che ha provato fin dall’antichità a spiegarle attraverso dei miti, tra cui quello di Pandora, la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso, le invenzioni malvagie dello spirito distruttore Ahriman.

Nell’Antica Grecia il dolore era visto come un elemento ineluttabile, da cui l’uomo poteva imparare il proprio limite, secondo la massima pathei mathos, cioè imparare attraverso la sofferenza, ritrovabile nella tragedia Agamennone di Eschilo.

Se si parla di dolore non si può poi non ricordare il poeta e filosofo Giacomo Leopardi, (1798-1837), che formula la teoria del piacere, secondo cui la discrepanza tra l’illimitatezza dei desideri umani e la finitezza della realtà rende impossibile la felicità, in quanto l’essere umano dopo aver ottenuto ciò che tanto desiderava prova monotonia e noia.

Leopardi propone come soluzione a questo problema esistenziale l’immaginazione, che permette l’illusione di realizzare piaceri inesistenti nella realtà.

Una costante nella vita del poeta è inoltre il pessimismo dapprima in una dimensione individuale, poi, in una dimensione storica, secondo cui le cause dell’infelicità umana sono la ragione e il progresso della civiltà, in quanto hanno fatto perdere all’uomo la capacità di immaginare e di illudersi.

Leopardi ritiene che gli uomini antichi, vivendo più vicini allo Stato di Natura, fossero più felici degli individui della sua epoca, e che quindi l’infelicità sia una condizione diffusa in tutti gli uomini moderni.

La Natura in questa fase del pessimismo leopardiano è ancora considerata “benigna”, in quanto l’infelicità degli uomini non viene imputata ad essa, bensì allo sviluppo della stessa civiltà umana.

In seguito alla delusione del soggiorno romano per la pochezza intellettuale di quell’ambiente, Leopardi approda al pessimismo cosmico, secondo cui la Natura è “matrigna”, in quanto genera gli esseri viventi con il solo scopo di farli soffrire.

In particolare, la Natura crea l’uomo con un innato anelito alla felicità, per poi negarglielo perennemente, dimostrandosi quindi indifferente alle sue manifestazioni di sofferenza, e in questo contesto la ragione diventa lo strumento per conoscere la natura e il suo inganno.

Nell’ultima fase della sua vita, di fronte al Vesuvio, l’autore sviluppa il pessimismo eroico o titanico, che si avverte nella poesia La Ginestra, in cui viene proposto un parallelismo tra la ginestra che cresce in terreni aridi e spenti, e l’uomo che continua a vivere e a credere nei propri sogni nonostante l’ambiente infelice che lo circonda.

Leopardi lancia quindi un appello alla fratellanza umana, invitando l’uomo a resistere, come la ginestra o fiore del deserto, a non arrendersi e a lottare, tutti uniti, contro la Natura.

Una concezione della sofferenza analoga a quella leopardiana è quella del filosofo Arthur Schopenhauer (1788-1860), che nel primo volume de Il mondo come volontà e rappresentazione, definisce l’esistenza umana un "pendolo che oscilla tra noia e dolore”: nella sua visione la vita umana si alterna tra momenti in cui desideriamo qualcosa e sentiamo dolore a causa di quest’assenza e momenti in cui siamo annoiati, conseguentemente all’ottenimento di ciò che volevamo.

Per Schopenhauer centrale è la Volontà di Vivere (Wille zum Leben), cioè l’essenza del mondo, responsabile dell’origine e dell’esistenza di tutti gli esseri viventi, e di cui tutti gli enti sono quindi espressione.

Inoltre, secondo Schopenhauer la Volontà di Vivere è caratterizzata da un desiderio perenne, quindi l’esistenza di ogni essere vivente, e in particolar modo quella di noi esseri umani, in quanto per definizione animali dotati di raziocinio, è caratterizzata da costante dolore, in quanto la nostra stessa essenza ci spinge a provare continua bramosia e insoddisfazione, relegando così la nostra vita a una dimensione di mera sofferenza e noia.

Altresì, il filosofo presenta una visione pessimistica del sentimento amoroso, che ritiene unicamente uno strumento della Volontà di Vivere per assicurarsi la continuazione della specie.

Proprio per questo motivo l’atto sessuale è caratterizzato da intenso piacere, che funge da stimolo a generare altri esseri viventi, anch’essi a loro volta espressioni dello Wille zum Leben e sofferenti per natura.

Schopenhauer ci fornisce però anche dei rimedi momentanei con cui opporci a questo intrinseco dolore, come l’arte o il riconoscimento della nostra stessa sofferenza negli altri, e dei rimedi radicali, come la vita ascetica, che attraverso castità, povertà e digiuno, nega totalmente alla Volontà la sua brama e ferma così in noi il succedersi di noia e dolore.

Diversa invece la visione dello scrittore e filosofo russo Fëdor Dostoevskij (1821-1881), che nel suo capolavoro Delitto e Castigo afferma: «A volte l'uomo è straordinariamente, appassionatamente innamorato della sofferenza».

In particolare, la sua concezione è stata molto condizionata dai suoi anni di prigionia ad Omsk in Siberia, per scontare la pena per partecipazione al Circolo Petraševskij, associazione favorevole al socialismo e contrario alle politiche zariste di censura e servitù della gleba.

Proprio in quegli anni di prigionia lo scrittore si dedica in modo assiduo alla lettura della Bibbia, maturando una visione cristiana del mondo, in cui la sofferenza risulta avere un’accezione positiva: nei momenti di maggiore dolore l’uomo è chiamato a scegliere tra la redenzione, che attraverso la grazia di Dio lo porterà alla purificazione e alla salvezza, e la disperazione, che invece prolungherà questo ciclo di dolore.

La sofferenza si presenta dunque non più solo come un elemento intrinseco alla vita umana, ma anche uno strumento di espiazione e salvezza, «la causa di ogni coscienza», come l’autore stesso afferma in Memoria dal sottosuolo.

Un’interpretazione del dolore concordante per certi aspetti con quella dostoevskiana è quella del filosofo e poeta tedesco Friedrich Nietzsche (1844 – 1900), la cui vita è segnata ben presto da problemi agli occhi, emicranie e disturbi gastrici.

L’autore stesso afferma di essere riuscito a sopportare questi dolori fisici e a trovare la felicità grazie alla perenne sete di conoscenza e di creatività originata proprio dalla sua condizione di malattia.

Un punto fondamentale della sua filosofia è proprio l’amore verso il destino, Amor Fati, cioè una condizione di profonda accettazione degli eventi che ci accadono, indipendentemente dal loro esito.

A proposito, nella sua opera La gaia scienza il filosofo scrive: «Amor fati: sia questo d'ora innanzi il mio amore! Non voglio muover guerra contro il brutto. Non voglio accusare, non voglio neppure accusare gli accusatori. Guardare altrove sia la mia unica negazione! E, insomma: quando che sia, voglio essere soltanto un sì-dicitore».

Nietzsche non invita l’uomo solo ad accettare passivamente la sofferenza in quanto parte costituente della nostra esistenza, ma anche a riconoscere l’autoconsapevolezza e l’autoconoscenza che da essa derivano.

Nella sua opera autobiografica Ecce Homo infatti afferma: «La malattia mi ha dato il diritto di cambiare tutte le mie abitudini».

Fondamentali poi le riflessioni del neurologo, psicanalista e filosofo austriaco Sigmund Freud (1856 – 1939), che propone una visione più analitica e realista del dolore, in quanto riconosce che, qualora la sofferenza non venga tenuta in considerazione e accettata da coloro che la provano, la sua funzione pedagogica risulterebbe inevitabilmente persa.

Gli viene a tal proposito attribuita la seguente citazione: "Se davvero la sofferenza impartisse lezioni, il mondo sarebbe popolato da soli saggi. E invece il dolore non ha nulla da insegnare a chi non trova il coraggio e la forza di starlo ad ascoltare".

Freud è quindi il primo a sostenere in modo scientifico che le sofferenze non elaborate non si esauriscano mai da sole, ma che debbano essere elaborate in modo attivo: «Le emozioni inespresse non muoiono mai. Sono sepolte vive e usciranno più avanti in modi peggiori».

Il padre della psicanalisi è il primo a definire con prove scientifiche lo stretto rapporto tra dolore fisico e dolore mentale, attraverso lo studio di numerosi casi, tra cui quello di Elizabeth Von R., analizzato ne Studi sull’isteria, con l’aiuto del collega Joseph Breuer.

Elizabeth si rivolge per dei forti dolori alle gambe a Freud che dopo alcune analisi capisce che quel male era dovuto a un conflitto interiore, causato in particolare dalla resistenza della donna al desiderio sperimentato verso il cognato durante la malattia e la morte della sorella, infatti, non appena la donna ammette le sue emozioni, il dolore alle gambe sparisce e viene sostituito da un’angoscia profonda, che la sofferenza fisica non le faceva provare.

Un altro filosofo che riconosce nel dolore la capacità di portare rinnovo e consapevolezza nell’uomo è Martin Heidegger (1889 – 1976), tra i maggiori esponenti dell’Esistenzialismo, che descrive la sofferenza come uno spezzamento, Riß, che allo stesso tempo separa e unisce l’essere, il senso per cui le cose sono, e l’ente, il singolo oggetto nella realtà.

Il filosofo concepisce dunque il dolore come il sentimento che ci permette sia di separarci dall’ambiente che ci circonda, riscoprendo così la nostra individualità, sia di riconnetterci con esso in modo più profondo.

Dirà infatti nel suo Il cammino verso il linguaggio che «Il dolore è la connessura dello strappo», cioè, il dolore ci allontana dall’Umwelt, il nostro ambiente familiare, e ci catapulta nell’In-der-Welt-sein, il nostro essere fondamentale, che si trova in una realtà a molti sconosciuta, il Mondo, anche chiamato dall’autore Geviert, “quadratura”.

Viktor Frankl (1905 – 1997), neurologo, psicologo e filosofo austriaco, ma anche fondatore delle logopedie e dell’analisi esistenziale, propone un concetto analogo: accettando ciò che non dipende da noi e assumendo invece ciascuno la propria responsabilità individuale, ognuno può scegliere di trasformare il dolore in qualcosa di positivo, in un’opportunità di crescita per scoprire se stesso.

Parlando quindi dell’homo, egli lo definisce patiens, che soffre, in quanto secondo il filosofo la sofferenza è intrinseca all’esperienza umana.

L’invito di Frankl è quindi pati aude, cioè osa soffrire, un ammonimento per avere il coraggio di provare e affrontare il proprio dolore.

Da ultimo, Byung-Chul Han (1959), filosofo sudcoreano stabilitosi in Germania, analizza il dolore come fenomeno collettivo, denunciando nella sua opera La società del senza dolore, come spesso in epoca contemporanea si abbia una concezione negativa del dolore, eliminandone il valore positivo, cioè la capacità di far crescere e acquisire consapevolezza.

In conclusione, dalla metà dell’800 in poi, filosofi, psicologi e psicanalisti hanno dato un’accezione positiva al dolore, evidenziandone i possibili vantaggi nella vita degli uomini.

Come sottolineato da Byung-Chul Han, nella nostra società in cui il denaro è dio, la tendenza è opposta: è lodato il lavoratore instancabile e mai sofferente e le relazioni interpersonali sono minate da continua competizione e individualismo spesso tossici.

Sembra quindi che la funzione salvifica del dolore, così come la intendeva Dostoevskij, non esista più, e ciò è molto preoccupante.

Troppo spesso infatti, fin da piccoli ci viene insegnato che la sofferenza mentale è una debolezza, un nemico da silenziare, non un’emozione naturale da vivere e che ci guida verso i nostri punti critici.

Oggi più che mai quindi, credo sia importante riscoprire il monito frankliano e che non si debba aver paura di soffrire.

M.F. 4DC