Perché non voglio lavorare.

Illustrazione concettuale sulla libertà

Premessa: questa non sarà un'analisi scientifica, né un testo di teoria, è un puro flusso di pensiero, un testo sentimentale si potrebbe dire, ma forse proprio per questo suo personalismo avrà la capacità di suscitare qualcosa in chi lo sta leggendo.

Sin da piccolo mi hanno sempre raccontato la favola del lavoro: quella secondo la quale una volta cresciuto mi sarei dovuto cercare un lavoro per guadagnarmi da vivere. Ovviamente nessun bambino — nemmeno io — vuole lavorare, ma riesce ad immaginare solo il lavoro dei sogni, e ovviamente non pensa tanto ai soldi, all'orario, ecc., non perché sia sciocco, ma perché se dovesse fare il lavoro che desidera (l'astronauta, il veterinario, l'insegnante, ecc.) sarebbe felice anche di farlo gratuitamente. Volevo fare l'archeologo o il biologo, non ho mai pensato al denaro, mi piacevano i dinosauri e gli animali, questo mi bastava.

Crescendo ci rendiamo conto che il lavoro dei sogni potrebbe essere impossibile, veniamo a contatto con la realtà, scopriamo che gli adulti pagano ogni cosa e che fanno lavori che odiano e ci accorgiamo che i soldi sono la base fondante della nostra società. I genitori, gli insegnanti, gli adulti, il mondo intero ci impiantano nella testa un'idea che è un dogma: devi lavorare!

Ma cos'è il lavoro? È un'attività umana nella quale gli individui impiegano la loro forza lavoro per produrre qualcosa, materiale o intellettuale che sia. Tuttavia, nella società capitalistica, il lavoro assume una forma molto particolare, quella del lavoro salariato. Tutti i lavori che non sono retribuiti vengono bollati come "hobby", come "passatempi", in due parole vengono sminuiti. Tuttavia anche i lavori mal retribuiti e poco specializzati, vengono posti gerarchicamente più in basso rispetto ai lavori con stipendi più alti e che richiedono specializzazione e studio.

Nella società del "merito", quale la nostra si ammanta di essere, veniamo convinti che il guadagno corrisponde all'impegno. Tanta fatica, quindi, equivarrebbe a grandiosi risultati: così, se Elon Musk è l'uomo più ricco del mondo non è per fortuna e condizioni favorevoli (come un padre milionario), ma solo per l'olio di gomito e il merito individuale. Secondo questa perversa logica una madre single con tre figli che fa tre lavori dovrebbe possedere quantità di denaro inquantificabili, invece, sembrerebbe proprio non essere così, al contrario, parrebbe vivere sul filo del rasoio, faticando a sbarcare il lunario. Oggi, molto più che vent'anni fa, le disuguaglianze rendono impossibile per molti — o meglio, per tutti — cambiare la propria vita con il proprio lavoro.

Torniamo però alla questione principale: perché non voglio lavorare? Non è pigrizia, sono pronto ad impegnarmi per le cose che ritengo importanti e sono pronto a non dormire la notte se questo significa portare a compimento i miei progetti. Il motivo per cui non voglio lavorare, quindi, è che non voglio diventare “uno schiavo”. Molti non saranno d'accordo: paragonare il lavoro salariato alla schiavitù potrebbe sembrare forse eccessivo. La schiavitù infatti è imposta, è apertamente soggiogata e gratuita, il lavoro, dal canto suo, è libero e retribuito, a quanto si dice.

Ma è davvero così? Davvero la retribuzione impossibilita una relazione di soggiogazione e sfruttamento? La risposta è no. Che libertà è quella che abbiamo nell'attuale società? Quella tra lavorare e morire di fame in mezzo a una strada, si può definire libertà? Certamente il lavoro non è imposto attraverso la violenza attiva, ma sussiste non di meno un obbligo che potremmo dire ideologico e biopolitico: se non lavoro sono un fallimento e sono destinato a morire di fame. È un'imposizione silenziosa, cionondimeno efficace.

Passiamo brevemente al salario: non è altro che la matrice dello sfruttamento portato avanti dai padroni ai danni della classe lavoratrice, il salario non corrisponde minimamente alla produttività del lavoro, né alla merce prodotta dai lavoratori, corrisponde bensì al prezzo della forza lavoro, ossia al costo dei prodotti di consumo necessari al sostentamento dei lavoratori. Ed ecco il motivo per cui dobbiamo lavorare: siamo separati dai mezzi di produzione e di sussistenza. Ed ecco la libertà dei lavoratori nel mondo capitalistico, la libertà cioè di produrre di più di quanto guadagnano, quindi la libertà di essere sfruttati!

Per tutti questi aspetti io mi oppongo al lavoro salariato. Qualcuno potrebbe contestare la mia avversione per il lavoro ma in fondo nessuno vuole veramente lavorare, per quanto cresciamo con l'obbligo di farlo. Semplicemente io che non apprezzo gli obblighi e le imposizioni non posso fare altro che lamentarmi del lavoro salariato. Come dice Terenzio nella commedia Il punitore di se stesso (Heuatontimoroumenos), «Siamo umani, e in quanti tali nulla di umano ci è estraneo» («Homo sum. Humani nihil a me alienum puto»), il lavoro salariato però lo rinneghiamo, evidentemente non è qualcosa che ci appartiene come specie. Dopotutto siamo anche animali e gli animali non comprano il loro cibo, lo prendono. Noi pretendiamo di essere razionali, invece, abbiamo deciso di farci guidare dalle leggi caotiche del mercato.

E ora lavoriamo quaranta ore a settimana (senza contare gli straordinari), per salari miseri distruggendoci salute fisica e mentale, smettendo di vivere autenticamente e ritrovandoci al servizio di un padrone. Da questa prospettiva il lavoro si spoglia delle sue mistificazioni e delle sue fantasie e ci riappare per quello che è: sfruttamento, abbruttimento e sofferenza. Non voglio lavorare se questo è il lavoro: con l’attuale sviluppo delle tecnologie si potrebbe lavorare quattro ore al giorno a giorni alterni, invece siamo costretti a farlo per otto ore sei giorni su sette, e a tal nefasto destino siamo condannati tutti, tranne i capitalisti. Questi ultimi, infatti, vivono sulle spalle dei lavoratori, tutto ciò che hanno viene dal sudore della classe proletaria, il pane che mangiano e gli aerei sui quali viaggiano li abbiamo prodotti noi e loro li hanno comprati coi soldi guadagnati dal nostro lavoro.

Ed è così per ogni cosa, i lavoratori creano tutto e sono anche in grado di distruggere ogni cosa, per poi ricostruirla. I borghesi, al contrario, senza i loro dipendenti non avrebbero nemmeno un centesimo. E a me non sta bene di dover lavorare per permettere a pochi ricchi di incrementare ulteriormente il loro capitale, non mi sta bene di dover essere sfruttato fino ai settant'anni e oltre, non mi sta bene di vivere una vita alienata da schiavo. Io, come tutte le altre persone in questo mondo, bramo la libertà. Sono anche consapevole, e questo non lo sanno tutti, che non esiste la libertà individuale senza che vi sia prima una libertà collettiva. Non sarò mai libero finché tutti non saranno liberi!

Questi sono, in breve, molto in breve, i motivi per cui ripudio il lavoro. Si potrebbero scrivere libri su libri a proposito di questa tematica, e ce ne sono, ad esempio Il diritto alla pigrizia di Paul Lafargue, Quarant’anni contro il lavoro di Franco "Bifo" Berardi, Il lavoro è morto di Gaston Piger e decine di altri hanno parlato del rifiuto del lavoro. Questo è il mio piccolo contributo, la mia piccola parte in questa grande lotta.

M.F. 4DC