No al riarmo, no alla guerra

Rappresentazione concettuale di pace e disarmo

Alla fine del secolo scorso, dopo il crollo del muro di Berlino e la dissoluzione dell'Unione Sovietica, alcuni filosofi, come Francis Fukuyama, hanno affermato con gioia la "fine della Storia": niente più conflitti, niente più guerre, niente più opposizioni, l'ordine capitalistico-liberale ha vinto e questo non cambierà.

Tuttavia già nel giro di pochi anni decine di conflitti sono imperversati e ad oggi ci sono cinquantasei guerre e genocidi in corso, ma in Occidente, in particolare tra noi europei, l'opinione pubblica non considera la guerra se non come una tragedia lontana: bombe e carri armati, tutto è distante, quasi inesistente.

Negli ultimi anni, però, l’avvicinarsi dei conflitti, con la guerra russo-ucraina e col genocidio israeliano ai danni del popolo palestinese, ha risvegliato le coscienze di diverse migliaia di persone, gli scioperi per la Palestina dello scorso settembre ne sono un esempio lampante, ma non solo, la guerra è diventata una prospettiva tanto vicina da spingere diversi politici a proporre il riarmo europeo e la reintroduzione della leva militare obbligatoria.

In Germania sono già stati inviati 40mila questionari ai cittadini diciottenni. Sembrano tornati i tempi di Bismarck e l'obiettivo sarebbe quello di raggiungere 270mila professionisti della guerra entro il 2035, con lo scopo di diventare l'esercito più forte d'Europa. Per ora la chiamata è volontaria, ma non si nega la possibilità di renderla obbligatoria se le unità richieste non dovessero essere raggiunte.

In Francia Macron ha annunciato un servizio militare volontario di 10 mesi, con lo scopo di raggiungere 50mila militari entro il 2035. Veniamo ora all'Italia: nel nostro bel Paese la leva è stata sospesa nel 2005, ma non abolita formalmente, e secondo Guido Crosetto, ministro della Difesa, ci sarebbe la necessità di avere 30mila soldati.

Il governo sta valutando seriamente l'introduzione del servizio volontario, c'è poi il piano ReArm EU, proposto lo scorso marzo dalla Presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen, che suggerisce di destinare 800miliardi di euro nel riarmo europee, ovviamente detraendoli da pensioni, sanità ed istruzione. E come tralasciare la proposta di Trump di investire il 5% del PIL in armamenti?!

Tutte queste mosse costruiscono un clima di guerra permanente e ricordano in maniera funesta il periodo prebellico tra fine Ottocento e primo Novecento con la differenza che non si tratta di guerre imperialiste tra nazioni ma oramai la prospettiva è quella di una guerra multipolare, tra super potenze, di una guerra spinta dagli interessi economici di grandi multinazionali e imprese, quali la Leonardo, tra le prime produttrici di armamenti nel mondo, e molte altre.

La possibilità che scoppi una nuova guerra mondiale, per lungo tempo tacciata come una follia, è diventata sempre più un rischio effettivo. C'è quindi da chiedersi: noi vogliamo la guerra? La risposta è no.

Le masse non vogliono la guerra, non vogliono il macello tra popoli perché i conflitti non li combattono i ricchi, né i politici né i grandi proprietari, sono le masse e i proletari a farlo. E ancora, a subire i maggiori danni non sono sicuramente i capitalisti e i finanzieri, ma sono i poveri, i precari, i lavoratori e le lavoratrici. Chi tra questi andrebbe mai a lottare e per governi in cui non si riconoscono?

Coloro che vogliono la guerra ripiegano su retoriche nazionaliste, patriottiche o, come usano dire oggi, sovraniste, con l'obiettivo di diffondere ideologie per spingere le masse al massacro indiscriminato.

Noi studenti, al fianco dei lavoratori, siamo in prima linea per opporci alla guerra, rifiutare ogni nazionalismo, fare obiezione di coscienza, protestare contro un governo che preferisce investire miliardi nell'industria bellica che nell'istruzione o nella sanità.

Se dalla Storia bisogna imparare, allora la guerra è il macello della civiltà, la distruzione di vite e di sogni, e in quanto tale va assolutamente rifiutata.

L.S. 4BE